Credo che ormai tutti conoscano questi due metodi di “insegnamento”, ma, per chi non avesse ancora le idee chiare, vediamo insieme le principali differenze.
Voglio precisare, innanzitutto, che che non intendo prendere in considerazione le diverse valutazioni morali che i due metodi comportano: ciascuno può farlo da solo.
Il metodo coercitivo prevede, sostanzialmente, che al cane non venga lasciata alcuna possibilità di scelta: deve fare quello che il suo addestratore pretende nel momento e nel modo che l’addestratore stesso decide.
Come si ottiene questo risultato?
Si ottiene applicando al cane un collare a strozzo oppure un collare a strozzo con le punte ed esercitando una pressione alquanto decisa (dolorosa) nella zona del collo, facendo stringere il collare mediante strattonate esercitate col guinzaglio. Al cane si impartisce il comando (seduto, terra, etc.) facendolo seguire dall’azione del collare prima descritta: se il cane non esegue il comando, gli strattoni si susseguono uno dopo l’altro, fino a quando il cane non avrà eseguito. Nel momento in cui il cane si siede o va a terra, gli strattoni ( e quindi il dolore) cessano (rinforzo negativo). In sostanza, il cane esegue un comando cercando di anticipare, e quindi di evitare, la strattonata. Questo metodo permette di ottenere dal cane una performance in tempi brevi, ma dalla durata piuttosto limitata: soltanto col collare applicato il cane esegue (collare = dolore), mentre, privo di collare, se ne sta a debita distanza ben sapendo che in questo modo nessun dolore gli potrà essere procurato.
Col metodo gentile si lavora senza collare e guinzaglio, al cane non viene imposto alcunché, gli viene chiesto di compiere una determinata azione (sedersi, andare a terra, venire al richiamo, etc): a lui è lasciata la libera scelta di accontentare o meno il proprietario. Se fa quanto gli viene chiesto, viene rinforzato positivamente
mediante un “premio” (motivazione), altrimenti non riceve nulla.
Già da questa breve descrizione risultano evidenti le differenze che riguardano non solo il metodo di lavoro, ma anche i due diversi tipi di rapporto col proprio cane che i due metodi prevedono. Con il metodo coercitivo il cane impara solo cos’è il dolore, quale strategia mettere in atto per evitarlo, che è il suo proprietario ad infliggerglielo (proprio la persona di cui si fida di più al mondo e che, nonostante tutto, ama in maniera incondizionata); con il metodo gentile il cane impara a riflettere, a prendere delle decisioni, impara che le sue azioni hanno delle conseguenze. Utilizzando il metodo coercitivo, non ci si preoccupa assolutamente dello stato emotivo e della psicologia del proprio cane: lui DEVE eseguire solo perché io lo VOGLIO. Con il metodo gentile si cerca di instaurare un rapporto di conoscenza profonda col proprio cane, tale da consentire di scegliere il momento migliore per lavorare con lui e il metodo migliore, di preferire, se il suo stato psicologico momentaneo non è adatto all’impegno mentale, il gioco piuttosto che la passeggiata. In altre parole, si cerca di raggiungere il traguardo insieme al cane, non si scarica su di lui la responsabilità di eventuali insuccessi incontrati lungo il percorso (metodo coercitivo), le difficoltà si affrontano insieme.
Si capisce che il metodo gentile comporta maggior impegno da parte del proprietario e tempi più lunghi per raggiungere determinate prestazioni rispetto a quello coercitivo: infatti necessita sia di una conoscenza profonda del proprio cane, del rispetto dei suoi tempi, della sua capacità di concentrazione e delle sue capacità cognitive, sia della capacità da parte del proprietario di esprimersi col proprio cane in modo semplice, chiaro, coerente, comprensibile. Ma i risultati saranno duraturi e il cane potrà rispondere correttamente ad un segnale anche a distanza.
Oltre a tutto ciò, ho potuto constatare una differenza tra i due metodi proprio in questi giorni, lavorando con una cliente e il suo cane.
Maria è proprietaria di Argo, un Pastore Tedesco maschio di due anni di età; si è rivolta a me dopo aver lavorato col proprio cane presso un addestratore che ha fatto conoscere loro il metodo coercitivo, il collare a strozzo e tutta la “filosofia” che sta dietro a quel sistema. Ad oggi abbiamo fatto 3 o 4 incontri, incominciando da capo come se non avessero mai fatto alcunché. In occasione del nostro ultimo incontro, di pochi giorni fa, Claudia mi dice due cose che mi hanno fatto letteralmente gioire.
La prima è stata che si è accorta di non saper giocare con il proprio cane e che la sua preoccupazione è che Argo preferisca il gioco (inteso come oggetto) a lei. Questa “confessione” mi ha fatto molto piacere perché dimostra come Maria, pur infarcita di preconcetti nei confronti del proprio cane inculcati in lei dalla precedente esperienza addestrativa, abbia iniziato innanzitutto nel suo cuore quel cammino difficile e faticoso che la porterà ad una profonda conoscenza del suo cane. Essersi messa in discussione, ritenendo se stessa la causa di un gioco insoddisfacente per entrambi (Argo non riporta la pallina, ma si sdraia a debita distanza e la morsica senza accettare ulteriori tentativi di scambio), significa aver compreso la necessità di cambiare non solo il proprio comportamento ma, soprattutto, il modo di concepire il proprio cane: Maria non da più per scontato che ad Argo vada tutto bene quello che piace a lei, ma sottopone sé stessa e il suo operato al “giudizio” del proprio cane, pronta a mettere in campo scelte e strategie che tengano conto anche dell’emotività e dei bisogni di entrambi. Certamente Maria ha potuto e dovuto rendersi conto di quanto sia più impegnativo questo modo di concepire il suo cane.
La seconda evidenza che Maria mi ha fatto notare, cosa che è il motivo ispiratore di questo “post”, è che Argo, da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, è cambiato moltissimo. Prima si sedeva vicino a lei stando seduto e tranquillo; durante le passeggiate non tirava mai al guinzaglio, comportandosi come un cane molto educato e gestibile (ricordo che usava il collare a strozzo perché così le era stato insegnato). Ora Argo non sta fermo, continua a saltare, a correre, vuole giocare, tira al guinzaglio e non esegue più i comandi che aveva imparato: un disastro (in apparenza!!!). Pur comprendendo la preoccupazione di Maria e dispiacendomi per le difficoltà subentrate nella gestione del proprio cane, io ho esultato nel sentirmi dire queste cose.
Perchè??
Perché prima Argo era un cane morto!!!
Era obbligato, per evitare di sentire dolore, a comportarsi come un “robottino”, senza avere la possibilità di mostrarsi e comportarsi come la sua natura gli imponeva. Certo…la gestione era molto più semplice, ma chi aveva in parte Maria? Non poteva saperlo perché il collare a strozzo aveva mortificato e soffocato completamente la natura del suo cane.
Ora Argo può manifestarsi per quello che è, nel bene e nel male, perché ha compreso bene che il dolore è soltanto un lontano ricordo. E Maria, pur con tutte le difficoltà che questa nuova strada comporta, ha iniziato a conoscere il proprio cane e a farsi conoscere da lui. Il carattere di Argo ha potuto finalmente emergere, così come le sue predisposizioni. Certamente, in questa nuova fase della sua vita Argo adotta qualche volta comportamenti sgradevoli, ma con il tempo, con l’esercizio e con il sentimento ritrovato di Maria
, vi porremo rimedio.
Ecco, quindi, descritta la grande differenza tra i due metodi: quello coercitivo schiaccia il cane, mortificandone la natura. Quello gentile lascia il cane libero di esprimersi e di manifestare il proprio carattere oltre ad insegnargli a compiere delle scelte!
Consiglio vivamente l’articolo che trovate al seguente link:
http://www.companionanimalpsychology.com/2017/02/dominance-training-deprives-dogs-of.html
